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😀 6 - ESTATE A MONTALTO | ORIGINALE YOUBOOKY | PRIMA SERIE | DI Niccolò Mencucci



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13 luglio 2016

  

La ballata può anche iniziare. Questa ballata è stata suddivisa in cinque parti, e ognuna rappresenta un episodio particolare, in cui vengono raccontati dei momenti e delle riflessioni. La prima si chiama “Longarone”; è una piccola cittadella vicino al mio paese natio, ed è composta da qualche cascina, completamente circondata dal verde della campagna limitrofa.
Un bellissimo spettacolo, perché la cittadina, con questo scenario, assume anche un’aria medievaleggiante, molto arcaica insomma, e per di più l’autostrada è molto lontana, e contribuisce a darle questo aspetto a dir poco surreale. Comunque, la canzone inizia così.

********

Tra le campagne di Longarone
si trovavan grilli che cantavano
di quanto le nuvole viaggiano sole
mentre il cielo cambia da lontano.

    Sono sempre rimasto affascinato dalle nubi, e se si sta a Longarone hai la certezza di avere sempre delle belle nuvole intorno a te. Sì, è come se volassero, e la loro leggerezza si trasmette pure nella terra, grazie al rumore dei grilli che nel meriggio rendono l’atmosfera molto bucolica. Il cielo però non ha alcun interesse a certe meraviglie, e cambia da solo. Se ne va a mutarsi.
   Ora è l’inizio della prima strofa, dato che questo era solo il ritornello. Sapete cosa sia un ritornello, sì? È solo una formula ripetitiva, musicale, tipica nelle ballate. E, sempre nella tradizione di questi brani musicali, si succedono le strofe.

Camminavano nelle vie più solitarie
gli uomini dediti al lavoro,
ma guardando in alto tra le arie
vedevan il tempo che passava su di loro.
E al passo sempre più lento
si sentivano sempre più attratti
dall’idea di poggiare il mento
sulla piana dei grilli matti.

   Non ho parenti legati alla terra cioè contadini. Provengo da una famiglia benestante, anche se in tempi recenti sono venute fuori delle problematiche legate alla nostra economia, e per creare quell’immagine di contadino, di lavoratore della terra mi sono basato su alcuni ricordi dell’infanzia.
   Quando ero più piccolo le terre della mia cittadella erano ancora sotto la mano di alcuni anziani agricoltori, ma dopo la loro morte quasi tutte le terre furono comprate da dei privati cittadini, i quali cercarono o di farla fruttare coltivandola attraverso degli impianti efficienti, tutti pieni di macchine per la raccolta, la semina e altre particolarità, o vendendola al miglior offerente, per poi rimodificare l’assetto del terreno in modo da poterlo rendere edificabile, per costruirci nuove case e palazzi per gli stranieri e i turisti. Le vie sono sempre solitarie, in campagna: non ce n’è una che non si diriga nel fondo della valle, nel suo ventre; non ti accorgi nemmeno della solitudine perché si guarda sempre il cielo, e così il tempo può passare piacevolmente. Chiaramente, dopo mezzogiorno, nonostante si sia fatto metà del lavoro, non è atipica l’idea di poter fare una breve siesta, e dormire nell’erba alta dei campi è forse una delle dolcezze più rare da trovare per chi vive in città o nelle zone dove l’erba vien tagliata sottile. Anche se ci sono i grilli, che rompono.
   E ora il ritornello!

Tra le campagne di Longarone
si trovavan cicale che suonavano
di quanto l’erba ondeggi nel colore
della pianura che si muove lontano.

   L’ho modificato. Certo, perché altrimenti diventata più che ripetitivo; diventava assordante e noioso, così ho voluto modificare alcune cose: al posto dei grilli ora ci sono le cicale, e al posto delle nuvole c’è l’erba, che ondeggia nel colore verde della pianura. Anche la pianura, paradossalmente, si muove da lontano; questi sterminati orizzonti sembrano mobili certe volte, e si ha sempre l’idea che non finiscano mai, per quanto tu possa camminare avanti o indietro. Sei sempre in mezzo alla radura, alla brughiera, e intanto tutto intorno a te si muove.    Seconda strofa!

E si dicevano cosa fare
in quel tempo breve di lavoro
mentre il sole su di loro sale
e li lasciava illuminare d’oro.
Non potevano scappare dal raggio
e si rifugiarono all’ombra d’un pioppo
e al rumore del vento di maggio
capirono che ora non era lavoro.

   Questa volta ho voluto raccontare di contadini pigri e poco zelanti: li si trova appunto a parlare di ben altro che del lavoro. Fa sempre una certa impressione il colore del sole nella pelle: la illumina in una maniera spettacolare, benché dopo ti rovini dal calore che emanano i suoi raggi; perciò sono andati a rifugiarsi sotto l’ombra di un albero tipico delle mie valli, un pioppo, molto snodato e con la capacità di creare ombre né troppo oscure né troppo chiare, ottime per riposarvisi sotto. E dormire l’han fatto, se si conta anche il vento di maggio.

Tra le campagne di  Longarone 
si trovavan corvi che gracchiavano
di quanto i pollini volino al nome
di un sereno che vive non lontano.

   Ora tocca ai corvi, che generalmente sono presagio di sventura, di morte, e invece qui gracchiano e basta, tra l’altro di soperchierie, di come il polline voli nel sereno cielo. Nella stagione primaverile il polline diventa come la neve per l’inverno, che va a ricostituire le terre seccate dall’estate e dall’autunno; porta nuovi fiori, nuove creature viventi, se si può paragonare un fiore ad un animale…l’anafora del lontano è squisitamente vaga, e tornerà anche nell’ultima strofa. Ora tocca all’ultima strofa.

Ad un tratto passò una signora
vestita coi colori della primavera
e loro vedevano come in un’ora
il loro cuore non più gaio era.
Ma la donna era però ferma
e il suo cuore non diceva
quello che gli uomini volevan certa,
che la pace rimanesse longeva.

   La donna è diabolica nel cambiare i cuori delle persone, e se ne incontri una col manto floreale, coi vestiti della primavera, sei spacciato! Basta poco per cambiare la propria realtà dei fatti: il tuo cuore esplode in un’emozione fortissima, e chi hai davanti non ha più alcun legame con te. Diventa una mezza guerra, dai richiami omerici, per ottenere la donna ambita, colei che nel frattempo non si piega né per l’uno né per l’altro. La pace dopo la guerra è molto difficile raggiungerla, e infatti duratura dopo questo non lo sarà.

Tra le campagne di Longarone
si trovavan uomini che cantavano
di quanto una donna in ogni dove
cambi il tempo dei cuori invano.

   E così termina la prima delle canzoni di questa lunga ballata. La donna in questa ha portato una certa destabilizzazione, rendendo quel pomeriggio tranquillo e soporifero inquieto e reattivo.  Ora, in questa, la donna si presenterà in un duetto con un giovane scapestrato, che cerca di ottenerla e di poter accedere alle sue intimità.

   Si chiama “Uno che ci provò”, e la sua struttura è in ottave…ah, già mi sono dimenticato di parlare della metrica della precedente canzone! Allora, nella prima è un ritornello in quartine alternate, con strofe di due quartine unite ad ottava con rima alternata. In questa sono ottave, con finale baciata e rime sparse nei primi sei versi.  Come già detto, è un duetto, e per la parte della ragazza userò il falsetto. Non mi riesce tanto bene, però voglio tentare.

CONTINUA...

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